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Niccolò Machiavelli, La Mandragola, II, 6; III, 10,11

ATTO II
Scena sesta

* Ligurio, Callimaco, messer Nicia.

LIGURIO: El dottore fia facile a persuadere; la difficultà fia la donna, ed a questo non ci mancherà modo.

CALLIMACO: Avete voi el segno?

NICIA: E' l'ha Siro, sotto.

CALLIMACO: Dàllo qua. Oh! questo segno mostra debilità di rene.

NICIA: Ei mi par torbidiccio; eppur l'ha fatto ora ora.

CALLIMACO: Non ve ne maravigliate. *Nam mulieris urinae sunt semper maioris grossitiei et albedinis, et minoris pulchritudinis quam virorum. Huius autem, in caetera, causa est amplitudo canalium, mixtio eorum quae ex matrice exeunt cum urina.

NICIA: Oh! uh! Potta di san Puccio! Costui mi raffinisce in tralle mani; guarda come ragiona bene di queste cose!

CALLIMACO: Io ho paura che costei non sia, la notte, mal coperta, e per questo fa l'orina cruda.

NICIA:* Ella tien pure adosso un buon coltrone; ma la sta quattro ore ginocchioni ad infilzar paternostri, innanzi che la se ne venghi al letto, ed è una bestia a patir freddo.

CALLIMACO: Infine, dottore, o voi avete fede in me, o no; o io vi ho ad insegnare un rimedio certo, o no. Io, per me, el rimedio vi darò. Se voi arete fede in me, voi lo piglierete; e se, oggi ad uno anno, la vostra donna non ha un suo figliolo in braccio, io voglio avervi a donare dumilia ducati.

NICIA: Dite pure, ché io son per farvi onore di tutto, e per credervi piú che al mio confessoro.

CALLIMACO: Voi avete ad intender questo, che non è cosa piú certa ad ingravidare una donna che dargli bere una pozione fatta di mandragola. Questa è una cosa esperimentata da me dua paia di volte, e trovata sempre vera; e, se non era questo, la reina di Francia sarebbe sterile, ed infinite altre principesse di quello stato.

NICIA: E' egli possibile?

CALLIMACO: Egli è come io vi dico. E la Fortuna vi ha intanto voluto bene, che io ho condutto qui meco tutte quelle cose che in quella pozione si mettono, e potete averla a vostra posta.

NICIA: Quando l'arebbe ella a pigliare?

CALLIMACO: Questa sera dopo cena, perché la luna è ben disposta, ed el tempo non può essere piú appropriato.

NICIA: Cotesto non fia molto gran cosa. Ordinatela in ogni modo: io gliene farò pigliare.

CALLIMACO: E' bisogna ora pensare a questo: che quello uomo che ha prima a fare seco, presa che l'ha, cotesta pozione, muore infra otto giorni, e non lo camperebbe el mondo.

* NICIA: Cacasangue! Io non voglio cotesta suzzacchera! A me non l'apiccherai tu! Voi mi avete concio bene!

CALLIMACO: State saldo, e' ci è rimedio.

NICIA: Quale?

CALLIMACO: Fare dormire súbito con lei un altro che tiri, standosi seco una notte, a sé tutta quella infezione della mandragola: dipoi vi iacerete voi sanza periculo.

NICIA: Io non vo' far cotesto.

CALLIMACO: Perché?

* NICIA: Perché io non vo' fare la mia donna femmina e me becco.

CALLIMACO: Che dite voi, dottore? Oh! io non vi ho per savio come io credetti. Sí che voi dubitate di fare quel lo che ha fatto el re di Francia e tanti signori quanti sono là?

NICIA: Chi volete voi che io truovi che facci cotesta pazzia? Se io gliene dico, e' non vorrà; se io non gliene dico, io lo tradisco, ed è caso da Otto: io non ci voglio capitare sotto male.

CALLIMACO: Se non vi dà briga altro che cotesto, lasciatene la cura a me.

NICIA: Come si farà?

CALLIMACO: Dirovelo: io vi darò la pozione questa sera dopo cena; voi gliene darete bere e, súbito, la metterete nel letto, che fieno circa a quattro ore di notte. Dipoi ci travestiremo, voi, Ligurio, Siro ed io, e andrencene cercando in Mercato Nuovo, in Mercato Vecchio, per questi canti; ed el primo garzonaccio che noi troviamo scioperato lo imbavagliereno, ed a suon di mazzate lo condurreno in casa ed in camera vostra al buio. Quivi lo mettereno nel letto, direngli quel che gli abbia a fare, non ci fia difficultà veruna. Dipoi, la mattina, ne manderete colui innanzi dí, farete lavare la vostra donna, starete con lei a vostro piacere e sanza periculo.

NICIA: Io sono contento, poiché tu di' che e re e principi e signori hanno tenuto questo modo. Ma sopratutto, che non si sappia, per amore degli Otto!

CALLIMACO: Chi volete voi che lo dica?

NICIA: Una fatica ci resta, e d'importanza.

CALLIMACO: Quale?

* NICIA: Farne contenta mogliama, a che io non credo che la si disponga mai.

CALLIMACO: Voi dite el vero.* Ma io non vorrei innanzi essere marito, se io non la disponessi a fare a mio modo.

LIGURIO: Io ho pensato el rimedio.

NICIA: Come?

LIGURIO: Per via del confessoro.

CALLIMACO: Chi disporrà el confessoro, tu?

LIGURIO: Io, e danari, la cattività nostra, loro.

NICIA: Io dubito, non che altro, che per mio detto la non voglia ire a parlare al confessoro.

LIGURIO: Ed anche a cotesto è remedio.

CALLIMACO: Dimmi.

LIGURIO: Farvela condurre alla madre.

NICIA: La le presta fede.

LIGURIO: Ed io so che la madre è della opinione nostra. Orsú! Avanziam tempo, ché si fa sera. Vatti, Callimaco, a spasso, e fa' che alle ventitré ore noi ti ritroviamo in casa con la pozione ad ordine. Noi n'andreno a casa la madre, el dottore ed io, a disporla, perché è mia nota. Poi n'andreno al frate, e vi raguagliereno di quello che noi aren fatto.

CALLIMACO: Deh! non mi lasciar solo.

LIGURIO: Tu mi pari cotto.

CALLIMACO: Dove vuoi tu ch'io vadia ora?

LIGURIO: Di là, di qua, per questa via, per quell'altra: egli è sí grande Firenze!

CALLIMACO: Io son morto.

ATTO III
Scena decima

* Sostrata, Lucrezia.

SOSTRATA: Io credo che tu creda, figliuola mia, che io stimi l'onore ed el bene tuo quanto persona del mondo, e che io non ti consigliassi di cosa che non stessi bene. Io t'ho detto e ridicoti, che se fra' Timoteo ti dice che non ci sia carico di conscienzia, che tu lo faccia sanza pensarvi.

LUCREZIA: Io ho sempremai dubitato che la voglia, che messer Nicia ha d'avere fìgliuoli, non ci faccia fare qualche errore; e per questo, sempre che lui mi ha parlato di alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia e sospesa massime poi che m'intervenne quello che vi sapete, per andare a' Servi. Ma di tutte le cose che si son tentate, questa mi pare la piú strana, di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad esser cagione che uno uomo muoia per vituperarmi: perché io non crederrei, se io fussi sola rimasa nel mondo e da me avessi a resurgere l'umana natura, che mi fussi simile partito concesso.

SOSTRATA: Io non ti so dire tante cose, figliuola mia. Tu parlerai al frate, vedrai quello che ti dirà, e farai quello che tu dipoi sarai consigliata da lui, da noi, da chi ti vuole bene.

* LUCREZIA: Io sudo per la passione.

Scena undicesima

Fra' Timoteo, Lucrezia, Sostrata.

* TIMOTEO: Voi siate le ben venute! Io so quello che voi volete intendere da me, perché messer Nicia m' ha parlato. Veramente, io sono stato in su' libri più di dua ore a studiare questo caso; e, dopo molte esamine, io truovo di molte cose che, ed in particulare ed in generale, fanno per noi.

LUCREZIA: Parlate voi da vero o motteggiate?

TIMOTEO: Ah, madonna Lucrezia! Sono, queste, cose da motteggiare? Avetemi voi a conoscere ora?

LUCREZIA: Padre, no; ma questa mi pare la più strana cosa che mai si udissi.

TIMOTEO: Madonna, io ve lo credo, ma io non voglio che voi diciate piú cosí. E' sono molte cose che discosto paiano terribili, insopportabili, strane, che, quando tu ti appressi loro, le riescono umane, sopportabili, dimestiche; e però si dice che sono maggiori li spaventi che e’ mali: e questa è una di quelle.

LUCREZIA: Dio el voglia!

TIMOTEO: Io voglio tornare a quello, che io dicevo prima. Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità, che, dove è un bene certo ed un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio; el male incerto è che colui che iacerà, dopo la pozione, con voi, si muoia; ma e' si truova anche di quelli che non muoiono. Ma perché la cosa è dubia, però è bene che messer Nicia non corra quel periculo. Quanto allo atto, che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose: el fine vostro si è riempire una sedia in paradiso, contentare el marito vostro. Dice la Bibia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorono.

LUCREZIA: Che cosa mi persuadete voi?

SOSTRATA: Làsciati persuadere, figliuola mia. Non vedi tu che una donna, che non ha figliuoli, non ha casa? Muorsi el marito, resta com'una bestia, abandonata da ognuno.

TIMOTEO: Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, *che tanta conscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto vi è mangiare carne el mercodedí, che è un peccato che se ne va con l'acqua benedetta.

LUCREZIA: A che mi conducete voi, padre?

TIMOTEO: Conducovi a cose, che voi sempre arete cagione di pregare Dio per me; e piú vi satisfarà questo altro anno che ora.

SOSTRATA: Ella farà ciò che voi volete. Io la voglio mettere stasera al letto io. Di che hai tu paura, moccicona? È c'è cinquanta donne, in questa terra, che ne alzerebbono le mani al cielo.

LUCREZIA: Io sono contenta: ma non credo mai essere viva domattina.

TIMOTEO: Non dubitar, figliuola mia: io pregherrò Iddio per te, io dirò l'orazione dell' Angiolo Raffaello, che ti accompagni. Andate, in buona ora, e preparatevi a questo misterio, ché si fa sera.

SOSTRATA: Rimanete in pace, padre.

LUCREZIA: Dio m'aiuti e la Nostra Donna, che io non càpiti male.

 

1 *
È la scena in cui Ligurio, il vero architetto della beffa, e Callimaco convincono messer Nicia a far bere a Lucrezia la pozione di mandragola e mettono a punto il loro piano, quindi è il primo passo della perfida beffa ai danni di Nicia.

2 messer
Messere.

3 El
L’articolo el è caratteristico del fiorentino quattro e cinquecentesco, articolo.

4 dottore
Il dottore è messer Nicia.

5 fia
Sarà, futuro.

6 a
Da + infinito.

7 difficultà
Difficoltà, alternanza vocalica in protonia.

8 mancherà modo
Non mancherà il modo, non sarà difficile persuaderla.

9 segno
Il segno di cui si parla è l’urina di Lucrezia necessaria al finto medico Callimaco per pronunciare la diagnosi sul caso.

10 E' l'ha
Ce l’ha Siro sotto (il mantello).

11 debilità
Debolezza, insufficienza, latinismi.

12 Ei
Esso. Frequente nell’italiano antico l’uso del pronome soggetto, laddove l’italiano moderno spesso lo ometterebbe.

13 torbidiccio
Torbido, non limpido. L’alterazione dell’aggettivo, tramite suffisso, caratterizza in senso popolaresco la lingua di Nicia.

14 *
* Callimaco, si finge medico e, per far colpo su messer Nicia, esprime in latino il suo parere sulla qualità dell’urina di Lucrezia. Egli dice che: “Infatti nelle donne l’urina è sempre meno fina, più torbida e di minore bellezza rispetto a quella degli uomini. D’altronde ciò è dovuto, tra le altre cose, all’ampiezza del canale, per cui altre sostanze fuoriescono dalla matrice insieme all’urina.” Il contrasto tra il latino e l’esclamazione volgare di Nicia che segue avrà senz’altro provocato il riso degli spettatori. L’uso del latino in chiave comica è caratteristica della commedia rinascimentale. Spesso si tratta di un latino storpiato, che mima il latino classico per provocare il riso, in questi casi si parla di latino maccheronico.

15 potta di san Puccio
Non è insolito trovare potta (= vagina) nelle commedie in posizione esclamativa; originale e paradossale è l’accostamento al fantastico San Puccio. L’esclamazione è un altro dei tratti distintivi della lingua di Nicia.

16 Costui
Dimostrativi. V. anche le forme costei, costoro e l’aggettivo e pronome dimostrativo codesto/cotesto. Sono forme in uso ancora oggi, ma, nell’italiano parlato, limitate all’area toscana.

17 mi raffinisce
Mi si raffina tra le mani, si dimostra, man mano che lo conosco meglio, sempre più fino, sapiente.

18 in tralle
In tralle = in tra le, preposizioni articolate.

19 coperta
Sia coperta male, cioè abbia freddo; c’è però un doppio senso sessuale che Nicia non coglie.

20 *
* Parafrasi: anche se lei ha addosso una bella coltre (= coperta), sta quattro ore in ginocchio a recitare preghiere prima che venga a letto e come una bestia cocciuta sta lì a patire il freddo.

21 la
Ella. La, come pronome soggetto, è caratteristico del toscano.

22 infilzar paternostri
Recitare un Padre nostro dopo l’altro. La lingua di messer Nicia è caratterizzata da locuzioni popolari, forme idiomatiche, proverbi.

23 innanzi
Avverbi di tempo.

24 venghi
Venga, presente congiuntivo.

25 arete
Avrete, avere.

26 oggi ad
Fra un anno, da qui a un anno.

27 avervi a
Mi impegno a donarvi. Avere a + infinito = dovere; V. due righe sopra (io vi ho ad insegnare un rimedio = io vi devo insegnare, vi insegnerò.) ed in molti altri esempi qui di seguito. Oggi, seppur raro, questo costrutto è accettabile con la preposizione da (es.: ho da consegnare un pacco).

28 dumilia
Duemila, numerali.

29 ché
Perché, infatti ché.

30 confessoro
Confessore, alterazione popolare del suffisso –ore di origine provenzale.

31 dargli
Darle, era comune l’uso di gli, pronome atono dativo, anche per il femminile.

32 reina
Regina.

33 E' egli
È ciò; tipico del toscano antico, pronomi personali.

34 Fortuna
Personificazione.

35 condutto
Condotto, latinismi.

36 meco
Con me, pronomi comitativi.

37 posta
A vostra disposizione. Posta sopravvive oggi nelle locuzioni: a bella posta, fare apposta

38 l'arebbe
Avrebbe. Quando la dovrebbe prendere? Avere.

39 E'
Pronome pleonastico, come anche più avanti: e’ ci è rimedio.

40 a fare seco
Che per primo ha a che fare, cioè ha un rapporto sessuale con lei, pronomi comitativi.

41 presa che l'ha
Dopo che l’ha presa.

42 infra
Entro, latinismi.

43 non lo camperebbe el mondo
Niente al mondo potrebbe salvarlo.

44 *
* All’incredibile rimedio escogitato da Callimaco Nicia reagisce, com’era prevedibile, con indignazione. Nuovamente si noti come il linguaggio di questo personaggio sia connotato dall’uso di frasi esclamative, di imprecazioni e gergalismi.

45 Cacasangue!
Imprecazione nel campo semantico escrementizio.

46 suzzacchera
Porcheria, originariamente una bevanda di aceto e zucchero.

47 l'apiccherai
Non me la farai, non mi imbroglierai!

48 concio
Conciato. Ancora oggi v. le espressioni: conciare per le feste, come ti sei conciato? Antifrasi.

49 standosi
Stando, pronomi riflessivi.

50 dipoi
Poi, avverbi di tempo.

51 iacerete
Giacerete con, poi potrete avere voi rapporti con vostra moglie, latinismi.

52 sanza
Senza. La variante sanza è frequente nell’italiano antico.

53 periculo
Pericolo.

54 vo'
Voglio, volere.

55 cotesto
Questo, ciò, dimostrativi.

56 *
* Perché non voglio fare della mia donna una femmina di malaffare e di me un marito cornuto.

57 ho per
Non vi trovo così savio, saggio.

58 truovi
Trovo, senza monottongazione.

59 facci
Faccia, presente congiuntivo.

60 gliene
Glielo dico, gliene parlo, se gli rivelo la verità.

61 e'
Egli.

62 Otto
È un caso per gli otto, cioè la magistratura che amministrava la giustizia. Un’altra delle curiose espressioni di Nicia.

63 cura
La preoccupazione, cura

64 Dirovelo
Ve lo dirò, enclisi pronominale.

65 fieno
Saranno, essere.

66 andrencene
Ce ne andremo, enclisi pronominale.

67 canti
In questi angoli, in queste zone.

68 imbavagliereno
Imbavaglieremo. Come nel precedente andrencene si noti l’uscita della 4a p. del futuro in –eno (=-emo) anche per i verbi successivi in questa frase.

69 direngli
Gli diremo.

70 veruna
Alcuna, indefiniti.

71 ne manderete colui innanzi dí
Manderete via costui prima che faccia giorno.

72 di'
Dici, apocope sillabica.

73 hanno tenuto questo modo
Si sono comportati così.

74 *
* Parafrasi: far contenta, convincere mia moglie, che io non credo che accetterà mai ciò.

75 mogliama
Mia moglie, possessivi.

76 *
* Parafrasi: ma io non vorrei neanche esser sposato se prima non fossi sicuro che mia miglie facesse quello che voglio io.

77 disponessi
Disporre, qui e in altri passi della commedia, è usato nel senso di disporre al proprio volere.

78 danari
Denari, alternanza vocalica in protonia.

79 cattività
La malizia.

80 per mio detto
In seguito a quanto le dirò.

81 ire
Andare, gire/ire.

82 alla
Dalla.

83 Orsú
Interiezioni.

84 avanziam tempo
Affrettiamoci.

85 Vatti
Vattene, imperativo.

86 ad ordine
Con la pozione pronta.

87 a casa la madre
A casa della madre.

88 mia nota
A me nota.

89 raguagliereno
Vi ragguaglieremo, vi metteremo al corrente.

90 aren
Avremo, avere.

91 Deh
Interiezionideh.

92 cotto
Ligurio descrive così lo stato di agitazione in cui si trova Callimaco, sia per l’innamoramento sia per l’audacia della beffa.

93 vadia
Vada, forma derivata da un incrocio tra il congiuntivo presente vada e il popolaresco vadi.

94 *
* È la prima scena in cui compare Lucrezia. Ella è esterrefatta all’idea del “rimedio” contro la sterilità, poi si lascia persuadere dalla madre e dal confessore e si sottomette, seppure malvolentieri, al volere del marito. Nelle due scene seguenti la madre, Sostrata, e il confessore, padre Timoteo, compiono la loro opera di convincimento. Le prime parole di Sostrata (Io credo che tu credi...), con quel bisticcio e il successivo accavallarsi dei congiuntivi, connotano il confuso argomentare della madre; Lucrezia alla fine non saprà più cosa è bene e cosa è male.

95 persona
Come nessun altro al mondo, indefiniti.

96 stessi
Stesse.

97 ridicoti
Ti dico di nuovo, enclisi pronominale.

98 carico di conscienzia
Peccato.

99 sempremai
Già da sempre.

100 sempre che
Ogni volta che.

101 in gelosia
Sono stata sospettosa, uso arcaico di gelosia.

102 sospesa
In ansia.

103 massime
Massimamente, latinismi.

104 m'intervenne
Mi successe.

105 vi sapete
Pronomi riflessivi.

106 Servi
Precedentemente Nicia aveva raccontato che una volta Lucrezia, andata a messa nella chiesa dei Servi, era stata importunata da un frate.

107 mio
Per la posizione del possessivo: possessivi.

108 cagione
Cagione.

109 crederrei
Crederei.

110 fussi
Fossi, la forma in u, fussi, modellata sulla coniugazione latina del verbo essere, è tipica del fiorentino quattrocentesco e primocinquecentesco.

111 rimasa
Rimasta. Il participio passato nella forma rimaso ebbe grande diffusione nella lingua letteraria fino all’800.

112 resurgere
Se da me dovesse risorgere l’intera umanità, iperbole.

113 partito
Che mi fosse concessa una simile scelta.

114 *
* Sono tutta agitata pensando a quello che mi aspetta. Questa frase assomiglia a quella pronunciata da Callimaco in chiusura della scena precedente qui riportata: lo sconcerto dei personaggi, espresso sinteticamente alla fine di una scena, fa sorridere gli spettatori e mantiene viva l’aspettativa per quanto seguirà nelle scene successive.

115 *
* Fra’ Timoteo incarna il frate corrotto, che, qui per denaro, è disposto a indurre al peccato, servendosi dell’eloquenza e dell’argomentazione sillogistica. La satira contro il clero è assai diffusa nella novellistica e nel teatro dal ‘300 al ‘500.

116 in su'
Sui, in su.

117 dua
Numerali.

118 esamine
Dopo molte consultazioni dei testi.

119 truovo
Trovo.

120 particulare
Particolare, Alternanza vocalica in protonia.

121 da vero
Davvero, sul serio.

122 motteggiate
Scherzate. Il motto è la battuta arguta.

123 madonna
Madonna.

124 Avetemi
Avete forse a che fare con me per la prima volta? Enclisi pronominale.

125 udissi
Si udisse, presente congiuntivo.

126 discosto
Da lontano.

127 le
Come il fiorentinismo la incontrato più volte, questo le è un pronome femminile plurale con funzione di soggetto.

128 dimestiche
Domestiche, familiari.

129 el
I, articolo.

130 generalità
Dovete seguire questa regola generale.

131 Domenedio
Domineddio, il Signore, Dio

132 dubia
Dubbia, doppie e scempie.

133 però
Perciò, però.

134 li compiacete
Fate cosa gradita a lui.

135 riempire una sedia in paradiso
Metafora.

136 Lotto
Timoteo cita qui la storia biblica di Lot.

137 usorono
Usarono con, cioè ebbero rapporti sessuali con il padre. Passato remoto.

138 Muorsi
(Se) si muore, pronomi riflessivienclisi pronominale.

139 *
* Parafrasi: che il peccato che risulta dall’obbedire in questo caso al volere di vostro marito è tanto grave quanto mangiare carne il mercoledì, che è un peccato che si cancella con l’acqua benedetta (un peccato non grave).

140 che
Per le quali, pronomi relativi.

141 arete
Avrete, avere.

142 satisfarà
Soddisferà, latinismi.

143 io
Uso pleonastico del pronome, caratteristico della lingua popolare parlata da Sostrata.

144 moccicona
Piagnucolona, bambocciona, epiteto del fiorentino popolare.

145 E' c'è
Ci sono.

146 alzerebbono
Alzerebbero le mani al cielo per questo, condizionale presente

147 Angiolo
Angelo.